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PRIMO LEVI E LA TORINO EBRAICA

Seguire i passi di uno scrittore che racconta la sua città rivela sempre scorci inaspettati. Primo Levi è un narratore acuto ed ironico che ci accompagna per le strade di Torino con leggerezza, ma la sua storia ci porta anche a ripercorrere i passi della piccola Comunità ebraica torinese fornendoci interessanti spunti.

Incominciamo il percorso dalla casa di famiglia, dalle radici: “io ho radici profonde, e [..] ho avuto la fortuna di non esserne stato privato”.

"Abito da sempre [...] nella casa in cui sono nato: il mio modo di abitare non è stato quindi oggetto di una scelta. Credo che il mio sia un caso estremo di sedentarietà, paragonabile a quello di certi molluschi, ad esempio le patelle, che dopo un breve stadio larvale in cui nuotano liberamente, si fissano ad uno scoglio, secernono un guscio e non si muovono più per tutta la vita […] La mia casa si caratterizza per la sua assenza di caratterizzazione. Assomiglia a molte altre case quasi signorili del primo Novecento […] E' disadorna e funzionale, inespressiva e solida […] Abito a casa mia come abito all'interno della mia pelle: so di pelli più belle, più ampie, più resistenti, più pittoresche, ma mi sembrerebbe innaturale cambiarle con la mia".

La casa in cui visse Primo Levi si trova in corso Re Umberto 75.

La prima giovinezza dell'autore, nato nel 1919, si consumò a pochi passi da questa casa.

La scuola elementare che frequentò, pur con qualche problema di salute, era nella vicina via Massena.

Primo Levi proseguì gli studi in uno dei licei più prestigiosi della città, il “Massimo d'Azeglio”, proprio all'inizio di Corso Re Umberto.

Quando studiava in questo istituto si era in pieno periodo fascista e lo scrittore non esitava ad ammettere che “Mio padre si era iscritto al Partito di malavoglia, ma si era pur messo la camicia nera. Ed io fui balilla e poi avanguardista”. Del resto “Il fascismo intorno a noi non aveva antagonisti” e quindi “Né in noi, né più in generale nella nostra generazione […] si era ancora fatta strada l'idea che resistere al fascismo si doveva e si poteva. La nostra resistenza di allora era passiva, e si limitava al rifiuto, all'isolamento, al non lasciarsi contaminare”.

Il Liceo non fu particolarmente stimolante per Primo. Le cose cambiarono  con l'iscrizione all'Università, Facoltà di Scienze e corso di Chimica. Fu uno degli ultimi ebrei a potervi accedere.

L'anno successivo, nel 1938, furono emanate le prime Leggi Razziali che avrebbero impedito ad altri di iscriversi agli atenei italiani.

Ammetteva Levi: “Ho avuto la laurea con lode e sono convinto che questa lode mi sia stata data per un 40 per cento per merito mio e per il resto perché i professori, quasi tutti vagamente antifascisti, avevano trovato quel modo per esprimere il loro dissenso”.

Finalmente negli studi universitari Primo trovò una sua dimensione. La chimica gli piaceva molto, ma nella sua applicazione allo studio vi era anche una componente di rivalsa. “La liberazione universitaria ha coinciso con il trauma di sentirmi dire: attenzione, tu non sei come gli altri, anzi, vali di meno: sei avaro, sei uno straniero, sei sporco, sei pericoloso, sei infido. Ho reagito inconsapevolmente accentuando l'impegno nello studio”.

All'Università fece amicizie importanti tra le quali quella con Sandro Delmastro che gli fu guida in audaci ascese in montagna. L'amico “sentiva il bisogno di prepararsi (e di prepararmi) per un avvenire di ferro, di mese in mese più vicino”.

Gli anni trascorsi tra la promulgazione delle prime Leggi Razziali e la fine della guerra ebbero su Levi l'effetto quello di fargli riconsiderare la cultura ebraica: “un ebreo è uno che a Natale non fa l'albero, che non dovrebbe mangiare il salame ma lo mangia lo stesso, che ha imparato un po' di ebraico a 13 anni e poi lo ha dimenticato”. La sua famiglia non era particolarmente religiosa e lo scrittore si diverte a ricordare in un racconto de "Il Sistema Periodico" che il padre era goloso di prosciutto e che non resisteva mai alla tentazione di comprarne passando davanti alle vetrine delle salumerie Torinesi.

Primo raccontò: “Sono diventato ebreo in Auschwitz. La coscienza di sentirmi diverso mi è stata imposta. Qualcuno, senza nessuna ragione al mondo, stabilì che io ero diverso e inferiore: per naturale reazione io mi sentii in quegli anni diverso e superiore... In questo senso Auschwitz mi ha dato qualcosa che è rimasto. Facendomi sentire ebreo, mi ha sollecitato a recuperare, dopo, un patrimonio culturale che prima non possedevo”.

E' tappa obbligata quindi raggiungere la Sinagoga che si affaccia su una piccola piazza oggi dedicata all'autore. L'edificio in stile eclettico fu concluso nel 1881 ed oggi è ancora il luogo di ritrovo della più grande Comunità ebraica del Piemonte e la terza in Italia. L'imponente complesso rappresentava la prima possibilità per gli Ebrei torinesi di lasciare un segno evidente in città: nel 1848 infatti avevano ottenuto finalmente la libertà di culto e i diritti civili.

Passeggiare lungo Via Carlo Alberto per raggiungere l'omonima piazza non risulta fuori luogo nel nostro racconto perché fu proprio questo Sovrano, spinto da persone aperte e stanche di discriminazioni senza ragione rivolte ai Protestanti e agli Ebrei, che fece inserire nello Statuto detto poi Albertino norme che liberarono la coscienza dei sudditi che potevano professare la religione in cui credevano.

Pochi mesi dopo fu emanata un'altra legge che recitava: “La differenza di culto non forma eccezione al godimento dei diritti civili e politici ed alla ammissibilità alle cariche civili e militari”.

Per scoprire i protagonisti di questa vicenda, basta fare una deviazione al Museo del Risorgimento Italiano.

Sulla piazza Carlo Alberto è collocato il monumento dedicato al Sovrano realizzato da Carlo Marocchetti.

A pochi passi da questa piazza si trova l'isolato che un tempo costituiva il ghetto ebraico di Torino. E' posizionato tra Via Principe Amedeo- Via Bogino – Via Maria Vittoria- Via S.Francesco da Paola. E' impressionante immaginare che in quello spazio il cui perimetro si percorre in pochi minuti vissero fino a 1000 persone.

Proprio all'angolo dell'edificio nella fotografia qui sotto vi era una storica macelleria khosher che serviva gli ebrei della città. Levi racconta che un suo zio, Marchin, “Si era innamorato di Susanna […] donna alacre e pia, depositaria di una secolare ricetta per la confezione dei salami d'oca […] Susanna lo rifiutò, e Marchin si vendicò abominevolmente vendendo a un goi la ricetta dei salami. E' da pensare che questo goi non ne abbia apprezzato il valore, dal momento che dopo la morte di Susanna [...] non è più stato possibile trovare in commercio salame d'oca degno del nome e della tradizione”.

L'astinenza dai salumi doveva essere un peso gravoso se, sempre in epoca carloalbertina, la comunità ebraica di Cherasco ottenne il permesso di far produrre dai macellai di Bra una salsiccia realizzata con sola carne di bovini. Potete ancora assaggiarla presso i produttori braidesi.

Raggiungiamo quindi Via Po. Qui i ricordi di Levi si fanno commoventi. “Mio padre, ogni domenica mattina, mi conduceva a piedi in visita a Nona Malia: percorrevamo lentamente via Po, e lui si fermava ad accarezzare tutti i gatti, ad annusare tutti i tartufi, ed a sfogliare tutti i libri usati. […] Quando arrivavamo sul pianerottolo tenebroso dell'alloggio di via Po, mio padre suonava il campanello, ed alla nonna che veniva ad aprire gridava in un orecchio:”A l'è 'l prim 'd la scola!”, è il primo della classe. La nonna ci faceva entrare con visibile riluttanza, e ci guidava attraverso una filza di camere polverose e disabitate […] Arrivati nel salotto buono, mia nonna cavava da un recesso la scatola di cioccolatini, sempre la stessa, e me ne offriva uno. Il cioccolatino era tarlato, ed io lo facevo sparire in tasca pieno d'imbarazzo”. Pochi passi e, in Via Montebello, ecco la Mole Antonelliana.

L'edificio sorse per volere della Comunità ebraica. Fu questo il sito scelto per la prima Sinagoga di Torino. Nell'affidare i lavori ad uno degli architetti più in voga del momento, Alessandro Antonelli, i committenti non tennero conto della sua personalità mutevole e troppo tardi capirono che l'edificio che cresceva non era affatto quello che era stato loro proposto e che i costi stavano lievitando in modo incontrollato. Fu così che decisero di cedere al Comune un edificio non finito ed investirono su un architetto ed un progetto forse meno rivoluzionari, ma senza sorprese.

Proseguendo verso Corso Regina Margherita ricordiamo che al n.264 vi era la sede della SIVA (Società Industriale Vernici e Affini) nella quale lavorò Primo Levi dal 1948 al 1974. Non ebbe mai problemi a trovare lavoro e le sue capacità furono utili anche ad Auschwitz dove infatti fu impiegato in un laboratorio all'interno di una fabbrica.

Il lavoro nel lager gli permise di trovare cibo rubando e vendendo la refurtiva.

Dedicarsi al lavoro, dopo la liberazione, fu un modo per non perdersi: “Io ero tornato dalla prigionia da tre mesi, e vivevo male. Le cose viste e sofferte mi bruciavano dentro; mi sentivo più vicino ai morti che ai vivi, e colpevole di essere uomo”.

Fu in quel momento che, dopo alcuni sporadici tentativi in passato, ricominciò a scrivere: “io, vacante come chimico ed in stato di piena alienazione […] scrivevo disordinatamente pagine su pagine dei ricordi che mi avvelenavano, ed i colleghi mi guardavano di sottecchi come uno squilibrato innocuo”.

Per fortuna poco dopo incontrò una donna che gli avrebbe cambiato la vita, Lucia Morpurgo.

Qui sotto la vediamo a destra nel 1947 con Primo e la sorella Anna. “In poche ore mi ero sentito nuovo e pieno di potenze nuove, lavato e guarito dal lungo male, pronto finalmente ad entrare nella vita con gioia e vigore […] Lo stesso mio scrivere diventò un'avventura diversa”.

Al tempo di questa fotografia erano probabilmente già sposati o in procinto di esserlo.

Ebbero due figli e vissero sempre nella casa di Corso Re Umberto.

Accanto al lavoro alla SIVA, Primo, con fatica, riuscì a farsi pubblicare Se questo è un uomo e pian piano a costruire una vita parallela di scrittore.

La nostra ultima tappa è il Cimitero Monumentale. L'11 aprile 1987 Primo Levi morì cadendo nella tromba delle scale della sua casa. Si pensò subito ad un suicidio. Da tempo era stanco e non trovava pace.

Aveva affermato in un'intervista che "nessuno sa le ragioni di un suicidio, neppure chi si è suicidato", ma forse le sue ragioni risiedevano nell'incapacità di darsi una spiegazione sul fatto di essere sopravvissuto a tanto male e di doverne rendere conto ai troppi che ogni giorno lo interpellavano sul tema.

Nemmeno nella religione trovava risposte: “Devo dire che l'esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto... C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo”.

Forse aveva troppo tempo per pensare. Nel lager non c'era modo di farlo: “I disagi materiali, la fatica, la fame, il freddo, la sete, tormentando il nostro corpo, paradossalmente riuscivano a distrarci dalla infelicità grandissima del nostro spirito. Non si poteva essere perfettamente infelici. Lo dimostra il fatto che in Lager il suicidio era un fatto assai raro. Il suicidio è un fatto filosofico, è determinato da una facoltà di pensiero. Le urgenze quotidiane ci distraevano dal pensiero: potevamo desiderare la morte, ma non potevamo pensare di darci la morte. Io sono stato vicino al suicidio, all'idea del suicidio, prima e dopo il Lager, mai dentro il Lager”.

Per rendere omaggio all'autore: Cimitero Ebraico – Campo 1.

Per approfondimenti: Centro Studi “Primo Levi”

Consigliato da Nadia