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La mostra “Van Dyck pittore di corte” offre l'opportunità di guardarsi intorno e di raccontare alcune storie di personaggi e del periodo storico in cui visse l'artista (1599-1641).

Quando il giovane, curioso e talentuoso Antoon giunse in Italia nel 1621, vi arrivò via terra. Lo immaginiamo attraversare il Piemonte per raggiungere Genova dove lo attendevano i fratelli De Wael (Mostra “Van Dyck pittore di corte).

ed una platea di ricche famiglie pronte a cogliere l'opportunità di mettersi in evidenza sfruttando le doti degli artisti emergenti.

Nel dicembre del 1622 Van Dyck giunse a Torino con Lady Alethea Howard contessa di Arundel. Forse Antoon l'aveva conosciuta nell'atelier del suo maestro Rubens e, probabilmente, si erano incontrati a Venezia dove la nobildonna viveva in quel periodo.

E' probabile che la Contessa abbia introdotto il giovane artista alla corte torinese come testimoniano un manoscritto settecentesco e un'incisione che ritrae Carlo Emanuele I di Savoia.

Pare che il Duca gli avesse affidato anche i ritratti di due dei suoi figli, ma di questi non è rimasta traccia.

Il ritratto del Duca proponeva una presentazione molto classica, formale, nello stile in uso nella corte spagnola.

Forse fu il primo ritratto di un personaggio dell'alta aristocrazia e soprattutto un ritratto ufficiale.

Il soggiorno torinese non dovette dispiacere al giovane pittore che trovò nella quadreria di Carlo Emanuele I numerose opere di quegli artisti veneti che tanto amava (Torino, Musei Reali).

Forse ebbe anche l'occasione di vedere i quadri della pittrice Sofonisba Anguissola che, di lì a pochi anni, conobbe personalmente (Mostra “Van Dyck pittore di corte).

Com'era Torino a quell'epoca? Ci fidiamo di Antonio Tempesta che, in un quadro conservato ai Musei Reali di Torino, ci mostra una piazza Castello molto diversa da quella che conosciamo. L'opera fu realizzata nel 1620.

Sulla destra si osserva l'antico castello costruito su una delle porte della città romana.

Oggi lo conosciamo come Palazzo Madama e lo osserviamo, isolato, all'interno del grande spazio che è la Piazza Castello.

Quando Van Dyck giunse in città, alle spalle del castello c'era la campagna e, ai lati, fabbricati che seguivano il tracciato delle mura andavano nella direzione di quelli che oggi sono la via Roma, la “contrada nuova”, aperta da poco e non ancora completata, e verso l'attuale Palazzo Reale.

Quella che oggi conosciamo come residenza dei Savoia, all'epoca di Carlo Emanuele I era solo un fabbricato come altri che permetteva ai Duchi di passare dalla loro dimora al castello antico senza percorrere le vie della città.

Molto probabilmente Van Dyck vide il Palazzo detto di San Giovanni, oggi scomparso, che era appartenuto alla curia torinese e che era stato utilizzato fin dall'epoca di Emanuele Filiberto di Savoia come residenza ducale. Era posizionato là dove ci sono la Porta Palatina e il Teatro Romano e dove, tra fine '800 e primo Novecento, fu innalzata la cosiddetta Manica Nuova che oggi accoglie la Galleria Sabauda (Ph.Musei Reali).

Carlo Emanuele I era vedovo da molti anni di Caterina Micaela d'Asburgo e aveva numerosi figli, la maggior parte dei quali vivevano a Torino.

L'erede era Vittorio Amedeo, il suo secondogenito (Castello di Racconigi).

Da pochi anni era sposato con la giovanissima Cristina di Borbone per la quale il Duca aveva grandissima ammirazione e alla quale aveva fatto dono della residenza del Valentino.

Il quadro del Tempesta era stato realizzato per ricordare le loro nozze.

Maurizio, il quarto figlio maschio, era stato avviato alla carriera ecclesiastica e, finalmente, nel 1621 era riuscito ad arrivare a Roma. Qui venne in contrasto con Guido Bentivoglio appena eletto cardinale al rientro dai suoi incarichi nelle Fiandre e a Parigi.

Rimase a Roma per pochi mesi e poi tornò a Torino.

Forse il Principe Cardinale fu ritratto da Van Dyck (Torino, Musei Reali),

di certo lo fu il card.Bentivoglio. Il suo ritratto fece scalpore tanto che le biografie del pittore ricordano che fin da subito “Roma accorse a vedere questa meraviglia dell'arte” (Firenze, Palazzo Pitti).

Il Card.Maurizio pur seguendo la carriera religiosa, si dimostrò amante del bello e della cultura tanto da volere per sé una villa o meglio una vigna sulla collina di Torino dove riunire la cosiddetta Accademia dei Solinghi e ricevere artisti e letterati.

Si tratta ancora oggi di una delle realizzazioni più interessanti del barocco piemontese ed è nota come Villa della Regina (Ph.TorinoToday).

A Torino nel 1622 c'erano anche tre delle figlie di Carlo Emanuele I, le cosiddette Infante. Margherita, la primogenita, si era sposata nel 1608 con Francesco Gonzaga, duca di Mantova, ma nel dicembre 1612 aveva perso il marito e il suo unico figlio maschio.

Nel 1613 era stata costretta a tornare in Piemonte senza titolo e senza la figlia Maria, erede nominale del Ducato. Donna orgogliosa ed ambiziosa, trascorse gli anni successivi nell'ombra offuscata ancora di più dalla presenza della cognata francese (Vicoforte, Ph. La civetta di Torino)

A Torino c'erano anche due Infante nubili, Maria Apollonia e Francesca Caterina.

Carlo Emanuele I aveva fatto molti sforzi per accasarle. Per la maggiore il Duca aveva sognato anche un matrimonio con Enrico Stuart, figlio primogenito di Giacomo I, primo protettore di Van Dyck, e fratello di Carlo I che avrebbe ereditato il titolo e sarebbe stato il suo più grande mecenate. Le trattative per le nozze di Maria andavano di pari passo con quelle del fratello maggiore Vittorio Amedeo che, secondo le ambizioni di Carlo Emanuele I, avrebbe dovuto sposare Elisabetta Stuart il cui ritratto giunse insieme a quello di Enrico a Torino e oggi fa bella mostra al Castello di Racconigi.

Anche per Francesca vennero tentate tutte le vie per concludere nozze all'altezza del suo rango, ma, quando Van Dyck giunse a Torino, le speranze di maritarsi delle due Infante erano quasi nulle.

Di lì a pochi anni la loro devozione, già molto marcata, condusse entrambe verso la vita religiosa pur continuando ad interessarsi alla famiglia e rimanendo molto legate ai fratelli Maurizio e Tommaso e ai figli di quest'ultimo (Parigi, Louvre)

Tommaso era il figlio minore di Carlo Emanuele I ed era sicuramente molto amato dal padre e dai fratelli. Nel 1622 aveva 26 anni, una discreta esperienza militare e anche per lui era iniziata la ricerca di una sposa adeguata.

Il primo tentativo andò a vuoto proprio quell'anno quando Eleonora Gonzaga, sorella del defunto cognato Francesco, fu data in sposa all'Imperatore Ferdinando II.

Solo l'anno successivo sarebbero stati intrapresi nuovi contatti con una principessa francese (Castello di Racconigi).

Che cosa sappiamo di Tommaso? Nel 1618 l’ambasciatore veneziano Donato aveva scritto di lui: ”Terribile e severo nel tratto, soldato di gran cuore, avido di gloria, di buon e soda intelligenza, molto pretendente e altiero”.

Gli eventi futuri avrebbero dimostrato che aveva carattere, che sapeva farsi amare e che incuteva rispetto da tutti coloro che avevano contatti con lui o lavoravano per lui. Era sempre senza denaro, questo sì, ma non era colpa sua … ma questa è un'altra storia!

Tommaso era sposato da pochi mesi con Maria di Borbone principessa di Soissons quando, nel 1624, il fratello maggiore Emanuele Filiberto, da oltre un decennio al servizio della Spagna, chiamò Antoon a Palermo dove risiedeva da due anni con il titolo di Viceré di Sicilia (Castello di Racconigi).

Il pittore lasciò Roma e in primavera era pronto a realizzare per il Principe un adeguato ritratto che ancora oggi colpisce per qualità e per i punti interrogativi che lascia in sospeso.

Per quale motivo fu dipinto? Fu questo il quadro la cui caduta fu ritenuta di cattivo augurio?

Non lo sapremo mai, poco tempo dopo, mentre Van Dyck continuava il soggiorno in Sicilia ed incontrava l'anziana pittrice Sofonisba Anguissola di cui lasciava lo schizzo nel suo taccuino che fu lo spunto del ritratto conservato dai Musei Reali di Torino.

La peste colpiva Palermo e, tra le vittime, cadeva anche il Viceré.

Emanuele Filiberto morì il 3 agosto a 36 anni.

Subito dopo la sua morte successero due cose: vi fu a Palermo un sontuoso funerale e le sue spoglie furono preparate per essere traslate verso la Spagna; contemporaneamente si fece il conto dei suoi debiti che comprendevano anche le opere d'arte non ancora pagate per la galleria del Palazzo Reale.

Mentre i resti del Principe erano in viaggio, i suoi beni andarono dispersi e, con essi, il bellissimo ritratto che giunse in Inghilterra.

Per omaggiare il Principe si può andare a Palermo, alla Cappella Palatina, dove viene ricordato oppure al Monastero Reale di San Lorenzo a El Escorial, vicino a Madrid, dove riposa accanto al fratello maggiore Filippo Emanuele (Palermo, Cappella Palatina).

La carriera di Antoon proseguì in continua ascesa mentre per i Savoia, dopo alcuni anni di tranquillità, iniziarono nuove guerre condotte con furore da Carlo Emanuele I che cercò fino all'ultimo di mantenere l'indipendenza del Ducato e di ampliarne i confini e l'influenza.

A corte si distinguevano le due Principesse francesi.

Quella di Carignano poteva vantare, pochi anni dopo le nozze, due figli, tra cui un maschio; Cristina, invece, non ebbe figli che dopo dieci anni di matrimonio, proprio poco dopo, si mormorava, aver conosciuto l'affascinante Filippo d'Aglié.

La loro conoscenza si approfondì durante l'esilio a Cherasco, dopo la morte di Carlo Emanuele I avvenuta nel luglio del 1631 (Cherasco, Palazzo Salmatoris).

Divenne Duca Vittorio Amedeo I e il suo breve regno fu segnato dalla personalità di Cristina che, finalmente madre di due figli maschi, poteva rivendicare a pieno titolo la sua posizione.

L'eccessiva sudditanza del Ducato sabaudo nei confronti della Francia fu la causa di sempre crescenti tensioni tra i Duchi e i cognati (Torino, Musei Reali).

Fu allora, nel 1634, che Tommaso di Carignano e la sua famiglia abbandonarono lo Stato in incognito con l'obiettivo di mettersi a servizio della Spagna.

Tommaso non poteva sapere che sarebbe rimasto separato dalla sua famiglia per 10 anni.

A Bruxelles attendeva il Principe una carica di responsabilità che fino a quel momento non aveva mai avuto: Governatore pro tempore del Paesi Bassi Meridionali.

La zia Isabella Clara Eugenia d'Asburgo era morta l'anno precedente e, in attesa dell'arrivo del Cardinale Infante Ferdinando, Tommaso ebbe il prestigioso incarico (Mostra “Van Dyck pittore di corte”)

A Bruxelles il Principe di Carignano incontrò nuovamente Antoon Van Dyck, ormai pittore di corte di Carlo I d'Inghilterra.

Com'era d'uso allora, il raggiungimento di una carica di prestigio andava sottolineata con un ritratto che mettesse in luce qualche dettaglio significativo. Così il pittore realizzò un ritratto a mezzo busto tipico degli uomini di potere (Berlino, Gemaldegalerie).

Seguì a questa commissione subito una seconda per un'opera grandiosa, a figura intera.

Tommaso vi appare in tutto il suo splendore e l'iconografia si inserisce bene nella ritrattistica di principi, nobili e condottieri dell'epoca (Torino, Musei Reali).

Mentre Antoon tornava a Londra per lavorare sui tanti ritratti del Re e della moglie Enrichetta Maria di Borbone, sorella della Duchessa Cristina, Tommaso restò ancora nelle Fiandre a combattere per Filippo IV di Spagna.

A ricordare le sue imprese restano alcune testimonianze come le tele negli appartamenti del Palazzo Carignano

e quelle della Galleria delle Battaglie a Palazzo Reale.

Anche il Duca Vittorio Amedeo I era impegnato nella cosiddetta seconda guerra di successione per il Monferrato e, dopo numerosi episodi militari positivi, combatté la sua ultima battaglia l'8 settembre 1637 a Mombaldone, in Valle Bormida.

Le sue battaglie sono raccontate in uno straordinario ciclo di affreschi al Palazzo Taffini d'Acceglio a Savigliano.

Vittorio Amedeo I morì un mese dopo. Secondo alcuni fu avvelenato dagli alleati Francesi, secondo altri fu colto da febbri malariche che lo consumarono in pochi giorni.

Oggi riposa nella Cattedrale di Vercelli con il bisnonno Carlo III e con il Beato Amedeo IX di Savoia.

Secondo alcuni, l'ambasciatore francese spinse il confessore del Duca morente a convincerlo ad affidare alla moglie la reggenza e la tutela dell'erede.

Che cosa abbia risposto a questa richiesta non si sa, scrissero che “fu piuttosto un sospiro che una risposta”.

Nonostante i dubbi la duchessa Cristina, a 31 anni, era vedova con 5 figli minori e aveva in mano il governo dello stato.

Negli anni Trenta la Duchessa aveva continuato a mantenere rapporti con la sorella Enrichetta Maria, regina d'Inghilterra, e le loro lettere testimoniano un legame affettuoso e costante. Tra di loro conversavano a proposito dei figli e si scambiavano i loro ritratti.

Così era giunto a Torino un quadro realizzato da Van Dyck che ritraeva i tre primi figli di Enrichetta e che piacque talmente tanto che ne venne fatta una copia oggi nella Sala dell'Alcova a Palazzo Reale (Torino, Musei Reali).

Il Principe Tommaso ricevette notizia della morte del fratello, ma non manifestò l'intenzione di tornare in Piemonte, mentre il fratello Cardinal Maurizio, ebbe l'ardire di muoversi da Roma verso Torino, ma fu seccamente fermato sotto la minaccia dell'arresto.

L'atteggiamento della corte sabauda nei confronti dei Principi Cognati non sarebbe più mutato.

Non ci furono più contatti da allora tra Antoon Van Dyck e la corte dei Savoia. Tutti i protagonisti di questa storia tornarono in Piemonte nel 1639 quando, dopo la morte del piccolo Duca Francesco Giacinto, di soli sei anni, la discendenza parve a rischio perché sopravviveva solo un figlio maschio di Vittorio Amedeo I, Carlo Emanuele, di 3 anni.

Un ritratto dei due bambini si trova sull'altare maggiore della chiesa di S.Francesco da Paola a Torino.

Stava per iniziare la guerra civile.

La proposta “Leonardo Opera Omnia” allestita a Fossano ci ha sollecitati a riflettere sull'influenza di Leonardo in Piemonte. Ecco allora alcune piccole suggestioni.

Iniziamo dal luogo in cui si svolge l'evento: Fossano.

Il sito più noto della città è il castello dei Savoia Acaia. Costruito alla metà del XIV secolo, fu lasciato nel 1500 da Filiberto II di Savoia alla zia Bona, vedova del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza.

Visse a Fossano fino alla morte, avvenuta nel 1503, quasi dimenticata da tutti.

Chissà quante volte pensò ai suoi anni di matrimonio, quando il marito la fece vivere come una regina.

La sua tragica fine portò Bona a reggere il Ducato di Milano per il figlio Gian Galeazzo Maria, bello come un angelo.

Una donna al governo e un fanciullo duca furono una preda troppo facile per l'ambizioso cognato Ludovico Sforza detto Il Moro.

Fu in questo contesto, tutt'altro che sereno, che si inserì Leonardo da Vinci, artista fiorentino inviato a Ludovico da Lorenzo de' Medici.

Gli inizi di Leonardo non furono semplici. L'artista non capiva la lingua, non riusciva a mettere in mostra le sue doti ed inizialmente gli Sforza parvero non dargli lo spazio che cercava. Così si impegnò a fianco di due artisti locali, i de Predis, nella realizzazione di una pala d'altare dedicata alla Vergine con il Bambino e San Giovannino.

Era il 1483, Gian Galeazzo Maria venne emancipato e la madre Bona allontanata dal governo. Lo zio Ludovico finalmente aveva la possibilità di governare a nome del nipote.

Immagine “Leonardo Opera Omnia”

Nel 1839 vennero acquistati per la Biblioteca Reale di Torino una serie di disegni di artisti italiani e stranieri dal XV al XVIII secolo. Tra questi risulta un foglio di Leonardo con una testa di fanciulla che, secondo gli studi, dovrebbe essere l'ispirazione per l'angelo della pala della “Vergine delle Rocce”.

Leonardo dedicò molta attenzione ai soggetti femminili per studiare vari comportamenti e movimenti del corpo. Alcuni fogli mostrano donne con bambini in braccio, spunti per nuove versioni di Vergini con Bambino o Madonne del Latte.

Da queste idee il Boltraffio trasse per esempio la cosiddetta “Madonna Litta” oggi all'Hermitage e a soggetti leonardeschi pare essersi ispirato anche Macrino d'Alba.

Macrino d'Alba, Madonna allattante, Collezione privata

Leonardo si avvicinò alla corte in vista delle nozze di Gian Galeazzo Maria con la cugina Isabella d'Aragona. Fu lui a progettare la scenografie per le feste.

Il matrimonio fu celebrato nel 1490 alla presenza naturalmente di Bona di Savoia. L'incontro tra gli sposi avvenne a Tortona e, secondo le cronache, fu Leonardo a preparare l'accoglienza e, in seguito, la cosiddetta “Festa del Paradiso” a Milano.

Si dice che a Tortona fu ammesso un solo formaggio sulla tavola, un prodotto tipico delle valli, il Montebore.

Fotografia La Stampa

Negli stessi anni gli studi di Leonardo sulle figure umane si concretizzarono in una serie di ritratti di personaggi che ruotavano intorno alla corte.

Tra le opere più celebri citiamo la “Dama con l'ermellino” che raffigura la bella Cecilia Gallerani, amante di Ludovico Il Moro.

Immagine “Leonardo Opera Omnia”

Macrino d'Alba ebbe modo di cogliere le novità di Leonardo nel campo della ritrattistica e, anche se non ne sfruttò a pieno le potenzialità, ci ha lasciato un'opera che di certo ne risente l'influenza. Si tratta del ritratto di Anna d'Alençon, futura marchesa del Monferrato, per il Santuario di Crea.

Nel 1494 morì tra le braccia di Bona il figlio Gian Galeazzo Maria.

Ludovico Il Moro non aveva più ostacoli e l'ex Duchessa si allontanò dal Milanese per sempre.

L'anno successivo Leonardo ricevette la commissione di decorare il refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano, luogo simbolo della famiglia Sforza.

All'artista non piacevano i lavori ad affresco che lo obbligavano ad essere rapido e quindi meno preciso del solito. Cercò di porre rimedio alla cosa ideando tecniche che rendessero i tempi di presa più lenti.

Immagine “Leonardo Opera Omnia”

Un'opera così imponente ed innovativa ebbe emulatori anche nel lontano Saluzzese.

Tra il Marchesato di Saluzzo e il Ducato di Milano c'erano relazioni abbastanza strette.

Ludovico II di Saluzzo aveva militato per gli Sforza; la sorella Bianca aveva sposato Vitaliano Borromeo. La moglie di Ludovico II, la marchesa Margherita di Foix durante i suoi viaggi passò sicuramente da Milano.

Tutti questi incontri con la cultura lombarda lasciarono le loro tracce.

Nella cappella del Castello di Revello ritroviamo quella più evidente.

Fotografia di Viaggi&Delizie

Un'altra storia ci porta direttamente a Leonardo.

Nel Saluzzese giunse lo scultore lombardo Benedetto Briosco ed individuò una pietra particolare di cui parlò all'amico promettendogli di portare a Milano un campione.

L'informazione ci viene direttamente dai fogli dell'artista fiorentino dove è citato il maestro Benedetto e il Mombracco presso Saluzzo.

La Marchesa Margherita di Foix affidò al Briosco l'esecuzione del monumento funebre del marito nella chiesa di San Giovanni.

Leonardo trascorse gli ultimi anni in Francia.

Un visitatore, poco prima della morte, vide nel suo studio tre quadri: un ritratto femminile, “Monna Lisa”, un “San Giovanni” e una “Sant'Anna con la Vergine e il Bambino”.

Immagine “Leonardo Opera Omnia”

I primi due rimasero in Francia, mentre l'ultimo e tutti i fogli con gli appunti del maestro giunsero in Italia. Il quadro fu ritrovato a Casale Monferrato e donato al Re di Francia.

Si trovano oggi tutti al Louvre a Parigi.

Un foglio con il disegno dello stesso soggetto comparve a Vercelli e fu sicuramente visto dal pittore Bernardino Lanino che lo ricopiò come dimostrano un'opera conservata alla Pinacoteca Albertina di Torino e una tavola che arricchisce quella di Brera a Milano.

Immagine, Bernardino Lanino, Pinacoteca Albertina, Torino

Queste sono solo alcune delle storie possibili che ruotano intorno a Leonardo e al Piemonte.

La mostra chiude il 13 gennaio 2019.

Sentirsi sempre a casa non è difficile. L'esplorazione dei musei di Genova Nervi ha permesso ad esempio di ampliare la conoscenza su artisti, personaggi ed eventi che hanno le loro radici in Piemonte.

Iniziamo quindi la ricerca dei riferimenti piemontesi dalla Galleria d'Arte Moderna di Villa Saluzzo Serra.

La collezione nasce grazie al lascito del re Vittorio Emanuele II di Savoia di parte degli oggetti raccolti dal figlio Odone, duca del Monferrato, prematuramente morto a Genova il 22 gennaio 1866 non ancora ventenne. Quarto figlio della regina Maria Adelaide d'Asburgo, ebbe fin da bambino problemi di salute che ne minarono il fisico. Quindicenne, gli fu consigliato di vivere nel capoluogo ligure dove il clima pareva giovare alla sua salute.

Mostrò una precoce attenzione per l'arte e questo lo condusse a costituire una collezione di opere antiche e contemporanee e a sostenere campagne archeologiche come quella sull'antica città romana di Libarna presso Serravalle Scrivia (AL - Ph.Associazione Culturale Libarna Arteventi)

o quella più lontana di Cuma, tra Pozzuoli e Bacoli (NA).

“Quindi nacque […] quel raunare ch'Ei fece, con scelta intelligente ed assidua, monete, vasi, armi, bronzi, vetri, gemme e molti altri oggetti antichi […] prima dote di un museo artistico ed archeologico, di cui volea far dono a questa Città [Genova], sua prediletta” (Società Ligure di Storia Patria)

Dopo la morte del Principe, per tramite del suo Governatore, marchese Orazio Di Negro, fu manifestata al Re l'intenzione del figlio e il desiderio di realizzare un museo da dedicare all'illustre mecenate. I musei divennero più di uno … Ecco alcuni oggetti che ci hanno colpito.

Questo è il modello per il ritratto della sorella del Principe, Maria Pia di Savoia commissionato da Oddone al genovese Santo Varni nel 1863. La vediamo con la corona avendo sposato l'anno precedente, a 15 anni, Luigi di Braganza, re del Portogallo.

Allo stesso artista fa riferimento il gesso della madre del Principe, la regina Maria Adelaide d'Asburgo. Ne trovate una realizzazione in marmo al Castello di Racconigi.

Molto spazio è lasciato ad artisti contemporanei che si dedicarono soprattutto alla pittura di paesaggio.

Abbiamo scelto una tela un po' particolare e niente affatto piemontese: nel 1864 il genovese Ernesto Rayper dipinse “Il Gombo”, una località presso la marina di Pisa, che dopo l'Unità d'Italia era entrata nei beni dei Savoia. Il giovane Principe non poteva immaginare che, pochi anni dopo la realizzazione del quadro, il padre avrebbe qui sposato l'amante Rosa Vercellana. Nei primi anni del' Novecento la Tenuta di San Rossore e il Gombo divennero il luogo di villeggiatura della tarda estate e dell'autunno di Vittorio Emanuele III e della sua famiglia.

Pelagio Palagi morì nel 1860, ma era un personaggio ben noto a corte e di certo al Principe Oddone che frequentò quelle residenze sulle quali l'artista aveva molto lavorato negli anni del re Carlo Alberto. La GAM ospita un ritratto, non datato, di Nicolò Paganini realizzato dall'artista assai noto, in ambiente milanese, per questa tipologia di opere.

Come l'opera di Palagi, numerose altre furono aggiunte in seguito ad arricchire le collezioni del Museo. In ambito piemontese segnaliamo: Nicolò Barabino, Morte di Carlo Emanuele I di Savoia, 1891

Il Duca è rappresentato morente nel salone principale del Palazzo Muratori Cravetta di Savigliano dove spirò il 26 luglio 1630.

A Margherita di Savoia, non ancora regina d'Italia, è dedicato invece il gesso di Giulio Monteverde (1877). L'autore è nato a Bistagno (AL) dove si trova oggi una gipsoteca a lui dedicata.

Facendo un salto in avanti negli anni, eccoci proiettati nel Futurismo con l'opera di un Cuneese, Luigi Colombo in arte Fillia. Nato a Revello nel 1904, è rappresentato a Genova con un'opera dal titolo “Senso di gravità” del 1932.

Purtroppo è nei depositi un quadro di Massimo d'Azeglio che ci sarebbe molto piaciuto vedere per ricordare l'amore suo e della sua famiglia per Genova e per il levante ligure. I suoi genitori sono entrambi sepolti a Genova e nel capoluogo trascorrevano gli inverni. Il fratello Roberto conobbe a Genova Alessandro Manzoni e a sua volta lo presentò al fratello Massimo. Ancora ... Massimo descriveva nelle sue lettere i bagni di mare a Sestri Ponente e organizzò il matrimonio dell'unica figlia Alessandrina a Genova Cornigliano … ma queste sono altre storie

Due passi negli splendidi giardini dei parchi di Genova Nervi e si raggiunge la Villa Grimaldi Fassio che accoglie le Raccolte Frugone.

Le opere di artisti piemontesi sono soprattutto sculture: Paolo Toubetzkoy, nato a Verbania, ma di origine russa è rappresentato con una serie di piccole sculture.

Di formati diversi le opere del casalese Leonardo Bistolfi di cui potrete approfondire l'opera alla Gipsoteca presso la città natale di Casale Monferrato.

Segnaliamo ancora un'unica opera di Davide Calandra, “Piemonte Reale”, consigliando questa volta la visita alla gipsoteca a lui dedicata a Savigliano.

La scoperta più interessante tra i musei di Genova Nervi è stata però la raccolta Wolfonsoniana. Non fatevi spaventare da questo strano nome. Si tratta di un museo d'arte applicata e di design davvero interessante.

Per rimanere concentrati sul nostro tema piemontese, abbiamo gustato con piacere tutta la pubblicità filo-sabauda delle navi e dei traghetti anni Trenta.

Abbiamo incontrato ancora Leonardo Bistolfi con un bozzetto (1912-1913) per il monumento funebre Abegg …

Un bozzetto preparatorio per la Fontana dei Mesi nel Parco del Valentino a Torino per l'Esposizione Nazionale del 1898 di Giacomo Cometti (Le tre Sture) …

Non poteva mancare un altro scultore piemontese, Edoardo Rubino, che ai primi del Novecento immortalò il giovane re Vittorio Emanuele III.

Per chiudere vi suggeriamo di osservare con attenzione il mobile dell'austriaco Joseph Maria Olbrich, uno dei maestri della cosiddetta Secessione Viennese.

Nel 1901, quando fu presente nell'Esposizione Internazionale di Torino, fu anche uno dei protagonisti dell'esperimento della Colonia degli Artisti a Darmstadt … ma questa è un'altra storia!